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Sfilate milano e parigi: la moda ignora le curve?

La settimana della moda autunno/inverno 2026 ha sollevato un’ennesima, amara, questione: perché l’inclusione, quando arriva, sembra un fuoco di paglia? Balenciaga e Givenchy hanno osato, per un attimo, mostrare corpi che non rientrano nel canone ultra-snello, ma il quadro generale è desolante. La promessa di un cambio di rotta, sussurrata in stagioni passate, si rivela fragile, un’eco sbiadita in un calendario sempre più omogeneo.

La cruda realtà dei numeri

La cruda realtà dei numeri

I dati parlano chiaro: su 7.817 look presentati in 182 sfilate, il 97,6% appartiene a modelle di taglie standard (US 0-4). Solo il 2,1% rientra nelle taglie medie (US 6-12) e un misero 0,3% nelle plus-size (US 14+). Un calo significativo rispetto alla scorsa stagione, dove le plus-size rappresentavano già lo 0,9%. La situazione è peggiorata, raggiungendo il livello più basso registrato da Vogue Business negli ultimi tre anni. New York è leggermente migliore, con il 97,7% di taglie standard, il 1,9% di medie e lo 0,4% di plus-size. Milano, invece, mostra un quadro ancora più cupo: 97,3% di taglie standard, il 2,6% di medie e solo lo 0,1% di plus-size.

Londra, a eccezione, si distingue come la settimana della moda più inclusiva, grazie al ritorno di Karoline Vitto, designer che ha dimostrato di credere in una moda per tutte le taglie. Ma anche qui, i numeri raccontano una storia di declino rispetto alla stagione precedente.

Chloe Rosolek, casting director, non si fa illusioni: