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Il centro commerciale rinasce arte: un'oasi creativa nel cuore dell'abbandono

L'eco dei passi frettolosi, il ronzio dei carrelli, le vetrine piene. tutto svanito. Il Hudson Valley Mall, un tempo tempio del consumismo, ora porta le cicatrici di un'era finita, con lunghi corridoi deserti che ricordano un passato glorioso. Ma una nuova vita sta germogliando tra le crepe del cemento, una rivoluzione artistica che trasforma la decadenza in opportunità.

Un'invasione di colore e creatività

Marly Hammer e il collettivo Jasper Richmus, guidati da Kate Asmus e John Richey, non hanno visto un declino, ma un invito. Hanno trasformato il mall in una galleria a cielo aperto, un palcoscenico per artisti contemporanei che espongono dipinti, sculture, installazioni, video e fotografia. I vecchi negozi, un tempo regno di Kmart e Sears, ora ospitano opere d'arte che dialogano con l'Architettura fatiscente, creando un contrasto sorprendente e stimolante.

L'iniziativa, parte della settima edizione dell'Upstate Art Weekend, un evento estivo che sta diventando un vero e proprio pellegrinaggio culturale, offre uno sguardo inedito sulla possibilità di rigenerare spazi abbandonati, reimaginandoli come centri di creatività e comunità.

L'ex Hot Topic, ad esempio, è diventato un vibrante crocevia di creatività. Ospita pop-up shop di Lagoon, brand di Brooklyn, e di Everywhere Shop, un negozio queer e trans di Kingston. Ma il vero fulcro è “Off Topic”, un'esposizione che celebra la nostalgia e l'angoscia adolescenziale degli anni '90, un'epoca in cui il mall era il luogo di ritrovo per definizione.

“Volevamo abbracciare la storia del mall,” spiega Hammer durante una visita guidata. “Il consumismo, la cultura pop, la nostalgia, la comunità. tutto questo è parte integrante del suo DNA.”

Un laboratorio di identità

Un laboratorio di identità

Il mall, per Hammer, Asmus e Richey, non è mai stato solo un luogo di acquisti. Prima che i social media trasformassero l'auto-espressività in uno spettacolo pubblico costante, i centri commerciali erano veri e propri laboratori di identità. Contatori di trucchi, negozi di dischi, librerie, food court. ogni angolo era un'occasione per sperimentare, per definirsi, per capire chi si voleva diventare. Era lì che si sceglievano i vestiti, ma anche le aspirazioni, gli amici, il proprio futuro.

L'ex GNC, ad esempio, ospita “Gallery New Contemporary”, una mostra dedicata alla cultura del consumo. Dina Cline espone miniature ceramiche che riproducono un Tamagotchi e un Game Boy, mentre Jeffrey Augustine Songco crea braccialetti di amicizia monumentali, trasformando un simbolo dell'adolescenza in un elemento architettonico inaspettato. Hadi Falipishi, invece, presenta sculture che evocano un senso di straniamento e riflessione.

Ma la vera magia risiede nella capacità di trasformare il banale in arte. Stuart Lantry ha creato una giostra di cibo e beni di consumo, circondata da hot dog scolpiti, sacchetti di Doritos e scatole di panini McDonald's, un'ironica rielaborazione del fast-food preferito dal Presidente Trump. Linda Colletta, invece, ha ricreato il suo salotto d'infanzia con mobili d'epoca, TV Guide e il film Johnny Dangerously in loop su un vecchio televisore, un tuffo nella nostalgia che commuove e diverte.

L'obiettivo è chiaro: abbattere le barriere tra l'arte contemporanea e la vita quotidiana, invitando un pubblico eterogeneo – dagli appassionati d'arte alle famiglie in cerca di divertimento, dai frequentatori della palestra ai teenagers curiosi – a confrontarsi con opere che stimolano la riflessione e l'immaginazione.

“Le persone potrebbero sentirsi a loro agio nel mall, e poi siamo noi che introduciamo l'arte, che potrebbe non essere qualcosa con cui si sentono abituate,” ammette Richey. “Ma li stiamo incoraggiando a entrare in questi spazi e a vivere un'esperienza che forse non avrebbero mai cercato.”

Per un fine settimana, il mall non è più solo un luogo di passaggio, ma un palcoscenico per nuove possibilità, un invito a guardare il mondo con occhi diversi. Un'oasi di creatività inaspettata, nata dalle ceneri di un gigante del consumismo, a dimostrazione che anche dalla decadenza può nascere la bellezza.