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Il sistema fallisce, le donne no: la dura realtà di 'believe me'

L'Italia si ferma a guardare una storia di dolore e di incredibile resilienza. 'Believe Me', la nuova fiction ITV che debutta questa sera, non è uno spettacolo facile da digerire, ma è un pugno nello stomaco necessario. Un'opera che, pur raccontando i crimini di John Worboys, uno degli stupratori seriali più efferati della Gran Bretagna, pone al centro la lotta delle sue vittime per essere ascoltate e credute, un sistema giudiziario e poliziesco che, troppo spesso, le tradisce.

Un inizio sconvolgente: la storia di sarah

Un inizio sconvolgente: la storia di sarah

Il primo episodio ci immerge nella disperazione di Sarah, una delle donne aggredite da Worboys. Assistere alla sua interrogazione, alla sua progressiva svalutazione da parte delle autorità, è un'esperienza angosciante. Non è un caso che Harriet Wistrich, CEO del Centre for Women’s Justice, definisca la serie come “uno specchio devastante dei fallimenti investigativi” e un monito sull'importanza di responsabilizzare le istituzioni quando le cose vanno male. La serie non risparmia dettagli scomodi, mostrando una realtà che molte donne conoscono fin troppo bene.

Cosa è ancora più sconvolgente è la superficialità con cui il personale sanitario e le forze dell'ordine trattano Sarah subito dopo l'aggressione. Una infermiera che la liquida come “un po’ ubriaca”, un agente che le chiede se non avrà avuto “qualche rapporto sessuale di cui non ricorda”. Questi momenti, di una banalità agghiacciante, rivelano una cultura del vittimismo sistematico che permea le istituzioni.

E poi c'è la droga. La menzione di un piccolo quantitativo di cocaina assunta durante una serata con le amiche viene immediatamente sfruttata dalla polizia come un modo per screditare la sua testimonianza e minimizzare la gravità dell'aggressione. Un pretesto meschino che distrae dall'indagine e alimenta il senso di colpa della vittima. Il suo compagno, Connor, si lascia distrarre dall'uso di droghe di Sarah piuttosto che sostenere la sua versione dei fatti. Un dettaglio che amplifica il senso di solitudine e di abbandono.

La negligenza delle forze dell'ordine è sconcertante. Non prendere nota del nome del tassista che ha lasciato Sarah a pochi metri dalla stazione di polizia è un errore imperdonabile che permette a Worboys di continuare a operare impunemente. L'assenza di fotografie delle contusioni riportate da Sarah, liquidate come conseguenza di un trasferimento su una barella, è l'ennesima prova della loro indifferenza.

Il culmine dell'assurdità si raggiunge durante l'interrogatorio finale, quando un'agente le suggerisce di non comportarsi come una “vittima normale”. Un’affermazione che evidenzia l'incredibile distanza tra la realtà vissuta dalle donne e le aspettative distorte delle autorità.

La serie non si limita a denunciare le falle del sistema, ma celebra anche il coraggio di Sarah e delle altre vittime che, nonostante tutto, hanno continuato a lottare per la giustizia. La loro battaglia, lunga e dolorosa, ha lasciato un segno indelebile nella società britannica, contribuendo a sensibilizzare l'opinione pubblica e a promuovere un cambiamento culturale.

La serie proseguirà esplorando come le vittime di Worboys raggiungano finalmente la giustizia, ma ciò non deve far dimenticare il prezzo pagato per ottenerla e la profonda mancanza di credibilità che hanno subito. 'Believe Me' non è solo un dramma poliziesco, ma un'accusa feroce nei confronti di un sistema che troppo spesso tradisce le donne che cercano giustizia. Un promemoria che la strada verso l'uguaglianza e il rispetto è ancora lunga e irta di ostacoli.